L'arte frattale di Jeannette Rütsche - Sperya

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L'individualizzazione dell'azione

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L'INDIVIDUALIZZAZIONE DELL'AZIONE

Estratto da
Ehrenberg A. (1998). La fatigue d'être soi. Paris: Editions Odile Jacob
(Trad. it. Sergio Arecco. La fatica di essere se stessi. Torino: Giulio Einaudi editore, 1999)

(pagg. 257-258)

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Per molto tempo il cambiamento è parso una cosa auspicabile, legato com'era all'idea di un progresso che avrebbe dovuto proseguire indefinitamente e di una solidarietà sociale che avrebbe dovuto estendersi illimitatamente. Oggi il cambiamento viene invece percepito in modo ambiguo, poichè il timore del fallimento e la paura di non uscirne prevalgono nettamente sulle speranze di ascesa sociale. Restano, delle aspettative di cambiamento, solo alcune macerie, che le parole "vulnerabilità", "fragilità", "precarietà" riassumono molto bene. Noi cambiamo, certo, ma non abbiamo più l'impressione di progredire. Coniugata con tutto quanto oggi è pulsione alla spettacolarizzazione del privato, la "civiltà del cambiamento" finisce solo per vellicare un voyeurismo di massa puntato sulla sofferenza psichica. Una sofferenza che sgorga ovunque e serpeggia in mille rivoli, che sono poi i mille mercati del benessere interiore. Oggi una componente non esigua delle tensioni sociali si manifesta in termini di implosione, di intorpidimento depressivo o, che è lo stesso, di esplosione - violenza, rabbia, febbrile ricerca di emozioni. La psichiatria contemporanea ce lo conferma: il senso d'impotenza individuale può fissarsi nell'inibizione, esplodere nell'esagitazione o conoscere gli instancabili automatismi del comportamento compulsivo. La depressione è così il punto nevralgico in cui s'incrociano le norme che definiscono l'azione, l'estensività della nozione di sofferenza o disagio sociale e le nuove risposte provenienti dalla ricerca e dall'industria farmaceutiche.






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