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LA DIPENDENZA O LA NOSTALGIA DEL SOGGETTO PERDUTO
Estratto da
Ehrenberg A. (1998). La fatigue d'être soi. Paris: Editions Odile Jacob
(Trad. it. Sergio Arecco. La fatica di essere se stessi. Torino: Giulio Einaudi editore, 1999)
(pagg. 302-306)
..... Cambiare la personalità di malati veri significa restituire loro la salute. Cambiare la personalità di soggetti sulla cui malattia si nutrono dubbi significa drogarli, quand'anche la droga risultasse innocua. Il paziente al quale è stata assicurata una buona qualità di vita non può incorrere nel sospetto di essere confortevolmente drogato? .....
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..... La follia è un evento che vi accade, la droga un'azione che fa accadere. Io divento pazzo, ma io mi drogo. La droga è un comportamento: implica un'intenzione e un'azione. Contrariamente alla follia, mette in gioco la volontà, di cui configura la patologia. Le droghe non sono forse mezzi che utilizziamo per moltiplicare le nostre capacità personali, come la resistenza, la concentrazione, l'immaginazione o il piacere? .....
Le molteplici distinzioni che separavano l'azione dall'agente nelle società religiose si sono ormai dissolte: l'azione non ha altra fonte che l'agente che la compie e che ne è l'unico responsabile. La figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. Il problema dell'azione non è: ho il diritto di compierla? ma: sono in grado di compierla? Ormai ci ritroviamo tutti coinvolti in un'esperienza comune in cui il riferimento a ciò che è permesso è inquadrato in un riferimento a ciò che è possibile.
Si istituisce così un doppio movimento. Prima si assiste a un'infatuazione tecnologica per il continuo rimodellamento di sè, una moda cyberumana, come si esprime il catalogo dell'esposizione "Post-Human" tenuta a Losanna nel 1992: "Un numero sempre maggiore di persone è convinto che non vi sia la minima convenienza a tentare di 'guarire' un disturbo della personalità. Al contrario, sarebbe molto più idoneo tentare di modificarla, invece di curarla". Poi, complementarmente, si assiste a un crampo morale, come accade col sovrainvestimento della legge penale, cui spetta il compito di porre tassativamente dei "limiti" che il soggetto non deve oltrapassare se vuole rimanere soggetto. Qual è il "limite" tra un ritocco di chirurgia estetica e la trasformazione in androide di un Michael Jackson, o tra un'abile gestione dei propri umori grazie ai farmaci psicotropi e la trasformazione in "robot chimici", o tra le strategie di seduzione "troppo" spinte e l'abuso sessuale, o tra il riconoscimento dei diritti degli omosessuali e il diritto all'adozione finora non ancora sancito dalla legge? E via esemplificando. Sono proprio le frontiere della persona e quelle tra le persone a determinare un tale stato di allarme da non sapere più chi è chi. L'incesto, ad esempio, non è, come la dipendenza, "un cortocircuito con se stessi"? Una società tesa all'iniziativa individuale e alla liberazione psichica, una società che induce ciascuno a decidere in permanenza, non può che incoraggiare pratiche di autotrasformazione personale e creare contemporaneamente problemi di autostrutturazione personale che erano del tutto inesistenti in una società disciplinare. Lo sfumare del permesso nel possibile fa sì che, se ci è consentito dirlo, nessuno possa più ignorare la legge.
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